Cinderella


Che poi è Cenerentola, la fiaba per eccellenza. 

Giusto usare la versione inglese del titolo, visto che il geniale Fabrizio Monteverde non solo ne ridisegna la storia in chiave narrativamente e coreograficamente contemporanea, ma le cuce addosso – in luogo della nota partitura di Prokofiev – una selezione di brani barocchi di Händel, il grande compositore che l’Inghilterra adottò: «Volevo sentirmi libero di narrare la mia storia senza il vincolo di un’unica partitura già esistente,» confessa l’autore.  E Autore è il nome che più gli si addice, visto il suo spiccato talento nel raccontare la danza – la sua anima forte e contemporanea, eppure lontana dai calligrafici astrattismi di tanta coreografia sperimentale.

Monteverde ha creato Cinderella appositamente per il Balletto di Roma, con cui José Perez volentieri collabora.  «È una versione che rispetta la trama della fiaba, ma dandone una prospettiva più realistica e meno magica,» dice il coreografo, che peraltro si ispira non alla versione edulcorata di Perrault bensì a quella più asciutta e crudele dei tedeschi fratelli Grimm, ben più adatta alle atmosfere espressioniste e fassbinderiane di un plot che vede «una rigida scuola di danza, una specie di collegio dove si studia balletto e il cui clima complessivo è ispirato al cinema espressionista tedesco», con una «matrigna, en travesti, che è la perfida direttrice della scuola, mentre le sorellastre sono due orride bulle, valorizzate all’eccesso dall’arcigna istitutrice.  In tale contesto d’ingiustizie Cenerentola è la vittima, l’esclusa.  E il Principe che se ne innamora, incontrato a una festa per ragazzi, è una sorta di cadetto che porta un po’ di sani ormoni maschili nella vita di queste misere danzatrici».

Esclusione e outsider sono temi ben cari a Monteverde, che ne ha dato un saggio nel suo Otello, sempre con Perez; che qui porta non soltanto la sensualità che Monteverde sa esprimere con cupa veemenza, ma l’intensità interpretativa che contraddistingue il noto ballerino di scuola cubana.