Otello

1603.

1892.

Oggi.

Otello è senza tempo, come può esserlo un’opera che si affaccia sulle nostre emozioni più primordiali e profonde.  Il coreografo Fabrizio Monteverde disegna lo spartito di Antonín Dvořák (Ouverture Op. 93, B. 174 del 1892) con sensualità tutta contemporanea, che ben si addice a José Perez, protagonista intenso e travolgente con il Balletto di Roma.

 

“I nostri corpi sono giardini, la nostra volontà li coltiva”

scrive Shakespeare, proprio nell’Otello.  E sul palcoscenico, sboccia un giardino esotico e appassionato di fiori rossi come il sangue, neri come il male.

NOTE DI REGIA (ballettodiroma.com):


“Monteverde rivisita il testo shakespeariano lavorando sugli snodi psicologici che determinano la dinamica dell’ambiguo e complesso intreccio tra i protagonisti Otello, Desdemona e Cassio. In questo triangolo mai equilatero di rapporti, i tre vertici risultano costantemente intercambiabili, grazie sì agli intrighi di Iago, ma ancor più alle varie maschere del ‘non detto’ con cui la Ragione combatte – spesso a sua stessa insaputa, ancor più spesso con consapevoli menzogne – il Sentimento. L’ambientazione in un moderno porto di mare (dichiarato omaggio agli sgargianti fotogrammi fassbinderiani di Querelle de Brest) chiarisce e amplia l’intuizione di fondo: se Otello è, come è sempre stato, un ‘diverso’, un outsider, non tanto per il colore della pelle quanto per il suo essere ‘straniero’ e abituato ad altre regole del gioco, è anche vero che la banchina di un porto è una sorta di ‘zona franca’, un limbo in cui si arriva o si attende di partire, un coacervo di diversità in cui tutte le pulsioni vengono pacificamente accettate come naturali e necessarie proprio per il semplice fatto che lì, nel continuo brulicare del ricambio umano, lo straniero, il diverso o il barbaro smettono di esistere. La forte presenza del mare, non relegato, come nel testo di William Shakespeare, ad un suggestivo sfondo per una Venezia o una Cipro genericamente esotiche e di parata, suggerisce i segreti, gli ininterrotti moti delle passioni con la loro tempestosa ingovernabilità, gli slittamenti inevitabili nei territori proibiti del piacere, della gelosia e del delitto. Precoce dramma romantico, l’Otello ben si presta alla lettura provocatoria ed eccessiva elaborata da Monteverde, in cui anche certe forzature enfatiche di Dvořák trovano pertinente collocazione fungendo da sottile contrappunto ironico all’azione dei personaggi.”